Versione WILD
Il testo trasformato attraverso Cogito, articolato in cicli di lettura e domande.
Versione Origine
beWild — Un altro mondo da abitare
VERSIONE ORIGINE — Capitolo 2
Il tempo vissuto: dalle radici fenomenologiche all'ipotesi bilogica della mente ADHD
Abstract
Il presente capitolo ricostruisce le radici filosofiche e fenomenologiche dello studio del tempo vissuto — da Agostino a Bergson, da Husserl a Heidegger e Merleau-Ponty, fino alla psicopatologia fenomenologica — distinguendo il tempo oggettivo (misurabile, omogeneo, della fisica e dell'orologio) dal tempo vissuto, ossia la temporalità come si dà nell'esperienza in prima persona. Su questa base viene avanzata un'ipotesi teorica originale sulla temporalità della mente ADHD, letta attraverso la bi-logica di Ignacio Matte Blanco: sotto ogni temporalità costituita giace un livello simmetrico e atemporale, in cui le relazioni sono reversibili e il tempo non scorre. Si propone di interpretare questo livello come la modalità di default della mente ADHD, correlata all'iperattività del Default Mode Network — non come un inconscio che irrompe, ma come un diverso baricentro bilogico capace di rendere conto, in un unico modello, della cosiddetta cecità al tempo, dell'iperfocus e della creatività associativa come tre manifestazioni di un'unica struttura temporale.
1. Introduzione: l'aporia del tempo
Il tempo è, tra tutti gli oggetti del pensiero filosofico, quello che più ostinatamente resiste alla definizione. Agostino lo ha formulato in modo insuperato: «Che cosa è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; ma se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più». Questa aporia — la coesistenza di una familiarità assoluta e di un'opacità concettuale altrettanto assoluta — attraversa l'intera storia della riflessione occidentale sul tempo e ne costituisce il filo conduttore segreto.
Esiste, tuttavia, una distinzione preliminare che orienta tutto il percorso che seguiremo: quella tra il tempo oggettivo — il tempo della fisica, dell'orologio, del calendario, misurabile, omogeneo, divisibile in unità identiche — e il tempo vissuto, cioè la temporalità come si dà nell'esperienza in prima persona. Il primo è un tempo di cui parliamo; il secondo è un tempo che siamo. La fenomenologia nasce, in larga misura, dalla decisione metodologica di prendere sul serio questa seconda dimensione: di descriverla nella sua struttura propria, senza ridurla preventivamente alla griglia del tempo fisico.
Questo capitolo ricostruisce le radici dello studio del tempo vissuto — da Agostino a Bergson, da Husserl a Heidegger, da Merleau-Ponty alla psicopatologia fenomenologica di Minkowski, fino all'ermeneutica narrativa di Ricoeur e alla neurofenomenologia contemporanea — per approdare a una proposta teorica originale: l'ipotesi che il livello di funzionamento mentale che Ignacio Matte Blanco ha descritto come «logica simmetrica» dell'inconscio corrisponda, nella mente ADHD, non a uno strato rimosso o patologico, bensì a una modalità operativa di default, strutturalmente correlata all'iperattività del Default Mode Network. Se questa ipotesi è corretta, l'esperienza temporale anomala dell'ADHD — la cosiddetta «cecità al tempo», l'iperfocus, la difficoltà di serializzazione — non è un deficit del tempo vissuto, ma l'espressione di un diverso equilibrio bilogico tra le due temporalità che abitano ogni mente umana.
2. Le radici antiche: Aristotele e Agostino
La riflessione greca sul tempo culmina nella definizione aristotelica del libro IV della Fisica: il tempo è «numero del movimento secondo il prima e il poi». Per Aristotele il tempo è inseparabile dal cambiamento: dove nulla muta, nulla è temporale. Ma la definizione contiene già un elemento soggettivo che la tradizione tenderà a dimenticare: il numero richiede un'anima che numeri. Senza qualcuno che conti, il movimento c'è, ma il tempo come misura no. Aristotele apre così, quasi suo malgrado, la questione che diventerà centrale: il tempo è nelle cose o nell'anima?
È Agostino, nel libro XI delle Confessioni, a compiere la svolta decisiva verso l'interiorità. Il suo argomento è di una radicalità sconcertante: il passato non esiste più, il futuro non esiste ancora, e il presente, se fosse sempre presente e non trascorresse nel passato, non sarebbe tempo ma eternità. Dove si trova allora il tempo? La risposta agostiniana è celebre: nell'anima. Non esistono tre tempi — passato, presente e futuro — ma «un presente del passato, un presente del presente e un presente del futuro», che corrispondono rispettivamente alla memoria, all'attenzione (contuitus) e all'attesa (expectatio). Il tempo è distensio animi, distensione dell'animo: l'anima si distende tra ciò che ritiene, ciò che attende e ciò a cui attualmente attende.
Due elementi della soluzione agostiniana resteranno decisivi per tutta la tradizione successiva. Primo: il tempo vissuto ha la struttura di una sintesi — l'anima tiene insieme ciò che fisicamente non coesiste. Secondo: questa sintesi è essenzialmente paradossale, perché ciò che viene tenuto insieme (il non-più e il non-ancora) non è presente, eppure è efficace. Quindici secoli dopo, Husserl riprenderà esattamente questo problema con gli strumenti della fenomenologia, e Ricoeur farà del libro XI delle Confessioni il primo polo della sua dialettica tra tempo e racconto.
Va inoltre notato — perché tornerà rilevante alla fine del nostro percorso — che Agostino contrappone alla distensio temporale dell'anima umana il nunc stans divino: un presente che non trascorre, un'eternità in cui tutti i tempi sono simultaneamente presenti. Questa figura dell'atemporalità come simultaneità totale, che la teologia colloca in Dio e le tradizioni contemplative nell'esperienza mistica, riapparirà — in forma secolarizzata e formalizzata — nel livello di simmetria pura di Matte Blanco.
3. La soglia moderna: Kant e il tempo come forma a priori
Tra Agostino e la fenomenologia si colloca la mediazione kantiana, che è impossibile aggirare. Nell'Estetica trascendentale della Critica della ragion pura (1781), Kant sottrae definitivamente il tempo all'ontologia delle cose: il tempo non è una proprietà del mondo in sé, ma una forma a priori dell'intuizione, la condizione soggettiva universale sotto cui ogni fenomeno ci è dato. Tutto ciò che appare, appare nel tempo, perché il tempo è la forma del senso interno — il modo in cui il soggetto intuisce se stesso e i propri stati.
Con Kant il tempo diventa, per così dire, struttura del soggetto trascendentale. Ma il prezzo di questa operazione è alto: il tempo kantiano resta omogeneo, unidimensionale, isomorfo al tempo della fisica newtoniana. È la forma della successione, non ancora la trama qualitativa dell'esperienza. La fenomenologia nascerà precisamente dall'esigenza di descrivere ciò che lo schema kantiano lascia fuori: il fatto che il tempo vissuto non è una linea di istanti, ma un campo spesso, ritmato, eterogeneo, carico di senso.
4. Bergson: la durata contro il tempo spazializzato
Il primo grande attacco moderno al tempo omogeneo viene da Henri Bergson. Nel Saggio sui dati immediati della coscienza (1889), Bergson mostra che il tempo della scienza — il tempo che misuriamo, dividiamo, rappresentiamo su un asse — non è affatto tempo: è spazio. Quando immaginiamo il tempo come una linea, abbiamo già sostituito alla successione vissuta una giustapposizione di punti, cioè una struttura spaziale. Il tempo autentico, che Bergson chiama durata (durée), ha caratteri opposti: è continuo, indivisibile, qualitativo, eterogeneo. Gli stati di coscienza non si succedono come perle su un filo: si compenetrano, si fondono l'uno nell'altro come le note di una melodia, dove ogni nota è ciò che è solo in virtù di quelle che la precedono e la annunciano.
La melodia diventerà l'esempio canonico di tutta la tradizione successiva — la ritroveremo in Husserl, in Merleau-Ponty, nella psicologia fenomenologica — perché incarna perfettamente il paradosso del tempo vissuto: quando ascolto una melodia non sento mai una nota isolata, sento una forma temporale, in cui il passato immediato è ancora vivo e il futuro immediato è già anticipato. La durata bergsoniana è precisamente questo spessore vivente del presente.
Da Bergson la psicopatologia fenomenologica — e in particolare Eugène Minkowski, che fu suo allievo ideale — erediterà inoltre l'idea di slancio vitale (élan vital): la durata non è contemplazione passiva del fluire, è propulsione, apertura dinamica verso l'avvenire. Quando questo slancio si spegne — vedremo — il tempo vissuto si ammala.
5. Husserl: la coscienza interna del tempo
Con Edmund Husserl il tempo vissuto diventa oggetto di un'analisi sistematica di rigore senza precedenti. Le lezioni Per la fenomenologia della coscienza interna del tempo (tenute a partire dal 1905, pubblicate nel 1928 a cura di Heidegger su redazione di Edith Stein) costituiscono il testo fondativo dell'intero campo, e la loro difficoltà è leggendaria quanto la loro fecondità. Il problema husserliano è quello di Agostino, riformulato in termini trascendentali: come fa la coscienza a percepire un oggetto temporale — una melodia, un movimento, un suono che dura — se a ogni istante le è dato soltanto un «adesso» puntuale?
La risposta di Husserl passa per la scoperta che il presente vivente non è puntuale: ha una struttura tripartita. Ogni momento di coscienza comprende: (a) l'impressione originaria (Urimpression), il punto sorgivo in cui il dato si dà nella sua massima freschezza; (b) la ritenzione, ovvero la coda ancora viva del passato appena trascorso, che non è ricordo ma percezione del passato nel suo allontanarsi — la nota appena suonata che ancora «risuona» nella coscienza mentre ascolto quella attuale; (c) la protensione, l'anticipazione implicita e non tematica di ciò che sta per venire — l'attesa della nota successiva, che si rivela tale quando viene delusa da una stonatura. Paul Ricoeur ha indicato nella descrizione della coppia ritenzione-protensione, e nella distinzione tra ritenzione (ricordo primario) e rimemorazione (ricordo secondario), le due più grandi scoperte della fenomenologia husserliana del tempo.
La distinzione tra ritenzione e rimemorazione merita attenzione. La ritenzione appartiene alla percezione stessa: è automatica, passiva, non richiede alcun atto dell'io. La rimemorazione (Wiedererinnerung) è invece un atto: la ripresentazione di un passato concluso, che la coscienza «riproduce» con tutto il suo orizzonte temporale. Quando ricordo la melodia di ieri, non ritengo le sue note: ri-presento l'intero vissuto dell'ascolto, con le sue ritenzioni e protensioni. Il passato si dà dunque in due modi radicalmente diversi: come bordo vivo del presente e come oggetto di un atto riproduttivo.
Scavando sotto questo livello, Husserl giunge a una scoperta ulteriore e vertiginosa: lo stesso flusso di coscienza che costituisce il tempo deve in qualche modo apparire a se stesso, senza che ciò richieda un secondo flusso che lo costituisca (pena il regresso all'infinito). Husserl parla allora di una coscienza assoluta, autocostituentesi, che è la sorgente ultima della temporalità: un flusso che non è «nel» tempo ma che tempifica, e per il quale — egli ammette — «ci mancano i nomi». Questo livello ultimo, pre-oggettivo e pre-egologico, segna il punto in cui l'analisi fenomenologica tocca un fondo non più oggettivabile: un punto che andrà tenuto a mente quando incontreremo, con Matte Blanco, l'idea di un fondamento mentale che sfugge per principio alle categorie spazio-temporali.
L'eredità husserliana è duplice. Da un lato, la struttura ritenzione-impressione-protensione diventa il modello standard di ogni successiva analisi del presente vissuto, fino alle attuali scienze cognitive. Dall'altro, l'idea che la coscienza sia essenzialmente temporale — che non vi sia vissuto che non abbia forma temporale — fa del tempo la struttura portante della soggettività stessa: chi vuole capire che cosa è un soggetto, deve capire come si costituisce il suo tempo.
6. Heidegger: la temporalità estatica dell'esserci
Con Essere e tempo (1927) Martin Heidegger sposta l'intera questione su un piano diverso: dal tempo come struttura della coscienza al tempo come costituzione ontologica dell'esistenza. Il soggetto husserliano — coscienza trascendentale che costituisce il tempo — viene sostituito dal Dasein, l'esserci: l'ente che noi stessi siamo, caratterizzato non dal conoscere ma dall'esistere, dall'aver-da-essere il proprio essere. E la tesi centrale dell'opera è che il senso dell'essere del Dasein è la temporalità (Zeitlichkeit).
La temporalità heideggeriana non è una successione di istanti né un flusso di vissuti: è una struttura estatica. Le tre dimensioni temporali — avvenire, esser-stato, presente — sono «estasi», cioè modi in cui l'esserci sta fuori di sé, proteso oltre se stesso. E la gerarchia tra le estasi è rovesciata rispetto al senso comune: il primato non spetta al presente, ma all'avvenire. L'esserci è anzitutto progetto, anticipazione, poter-essere: comprende se stesso a partire dalle proprie possibilità. Tra queste possibilità ve n'è una insuperabile e certissima: la morte, «la possibilità più propria, incondizionata e insuperabile». L'essere-per-la-morte non è morbosità: è la struttura che dà finitezza, e quindi serietà e individuazione, al tempo dell'esistenza. Solo un ente finito ha un tempo che conta.
Heidegger distingue inoltre la temporalità autentica — in cui l'esserci si assume il proprio poter-essere anticipando la propria fine — dalla temporalità inautentica della quotidianità, in cui ci si disperde nel presente delle occupazioni e ci si comprende a partire dal «Si» impersonale. Da quest'ultima deriva, per livellamento, il concetto «volgare» di tempo: la sequenza infinita di «adesso» dell'orologio, che la tradizione da Aristotele in poi ha scambiato per il tempo originario. La mossa heideggeriana è dunque genealogica: il tempo della fisica non è falso, ma derivato — è la sedimentazione pubblica e misurabile di una temporalità esistenziale più originaria.
Per il nostro percorso, l'eredità decisiva di Heidegger è duplice: l'idea che il tempo vissuto sia organizzato a partire dal futuro (il progetto, lo slancio in avanti — che la psicopatologia tradurrà in termini clinici), e l'idea che esistano modi qualitativamente diversi di temporalizzarsi, cioè che la temporalità non sia un dato uniforme ma una struttura modulabile, declinabile, e quindi anche — potenzialmente — alterabile o diversamente configurata.
7. Merleau-Ponty: il tempo incarnato
Maurice Merleau-Ponty, nella terza parte della Fenomenologia della percezione (1945), compie la sintesi tra Husserl e Heidegger e aggiunge l'elemento che a entrambi mancava: il corpo. Il tempo vissuto non è costituito da una coscienza pura né da un esserci astratto: è vissuto da un corpo, e il corpo proprio (corps propre) è esso stesso una struttura temporale. Lo schema corporeo, l'abitudine motoria, il gesto: tutto ciò che il corpo «sa» è passato sedimentato che opera nel presente; tutto ciò verso cui il corpo si protende — l'oggetto da afferrare, il passo da compiere — è futuro incarnato nell'arco intenzionale del movimento.
Merleau-Ponty riprende l'immagine husserliana della fontana o del getto d'acqua: il tempo non è una linea ma una rete di intenzionalità, in cui ogni presente ritiene gli orizzonti dei presenti passati e proietta i propri. Celebre è la sua formula: il tempo «non è un oggetto del nostro sapere, ma una dimensione del nostro essere». E poiché il nostro essere è corporeo, ogni alterazione del rapporto corpo-mondo è anche un'alterazione del tempo vissuto: la fatica dilata il tempo, lo slancio motorio lo contrae, il ritmo lo organizza. Questa intuizione — che il tempo vissuto sia funzione del corpo agente e del suo accordo ritmico con il mondo — è di importanza capitale per ogni discorso sulla neurodivergenza: se la regolazione senso-motoria e attentiva è configurata diversamente, anche la temporalizzazione lo sarà.
8. La psicopatologia fenomenologica: il tempo che si ammala
Se il tempo vissuto è la struttura portante dell'esperienza, allora le sue alterazioni devono essere leggibili nella sofferenza psichica. È questa l'intuizione che fonda la psicopatologia fenomenologica, e il suo testo capitale è Il tempo vissuto (Le temps vécu, 1933) di Eugène Minkowski. Allievo ideale di Bergson e lettore di Husserl, formatosi alla clinica di Eugen Bleuler, Minkowski rovescia il rapporto tradizionale tra psichiatria e sintomo: la malattia mentale non è una collezione di sintomi da classificare, ma una modificazione globale della struttura temporale dell'esistenza. Il disturbo «generatore» è un disturbo del tempo.
Il concetto cardine di Minkowski è lo slancio personale, erede dell'élan bergsoniano: il vissuto di propulsione verso l'avvenire, il «contatto vitale con la realtà» che fa del futuro la dimensione aperta per eccellenza. Nella schizofrenia, ciò che si spegne è precisamente questo slancio: il futuro cessa di essere orizzonte e l'esistenza si cristallizza, si geometrizza, si fa «razionalismo morboso». Nella melanconia — come mostrerà sistematicamente anche Ludwig Binswanger negli studi su Melanconia e mania — il tempo si blocca sul passato: il passato diventa massiccio, irrevocabile, colpevole, e il futuro si chiude; nella mania, all'opposto, il tempo si polverizza in un presente eccitato e fuggitivo, senza ritenzione e senza progetto. In Italia questa tradizione è stata portata avanti con grande finezza da Eugenio Borgna, per il quale ogni incontro clinico è anzitutto incontro tra temporalità diverse.
L'acquisizione teorica fondamentale della psicopatologia fenomenologica, per il nostro discorso, è questa: la struttura temporale dell'esperienza non è unica né fissa. Esistono configurazioni diverse del tempo vissuto, ciascuna con la propria coerenza interna, il proprio equilibrio tra le dimensioni, il proprio stile di presenza. La psicopatologia le ha studiate nei casi estremi della sofferenza psicotica; ma il principio vale in generale, e nulla impedisce di applicarlo a configurazioni non patologiche: a modi diversi, neurodivergenti, di abitare il tempo.
9. Ricoeur: il tempo raccontato
Paul Ricoeur, nei tre volumi di Tempo e racconto (1983-1985), aggiunge all'edificio l'ultimo piano: la dimensione narrativa. Il suo punto di partenza è il riconoscimento che la speculazione sul tempo è strutturalmente aporetica: la fenomenologia del tempo interiore (Agostino, Husserl) e la cosmologia del tempo oggettivo (Aristotele, la fisica) non si lasciano ricondurre l'una all'altra, e ogni tentativo di pensare il tempo «in sé» si avvita su se stesso. La risposta dell'umanità a questa aporia non è speculativa ma poetica: è il racconto. La tesi celebre suona: il tempo diviene tempo umano nella misura in cui è articolato in modo narrativo, e il racconto raggiunge il suo pieno significato quando diventa una condizione dell'esistenza temporale.
Attraverso la tripla mimesis — prefigurazione dell'agire, configurazione dell'intreccio, rifigurazione dell'esperienza del lettore — il racconto opera una «sintesi dell'eterogeneo»: tiene insieme eventi dispersi in una totalità dotata di senso, trasformando la successione in configurazione. Il racconto è, nella formula finale di Ricoeur, «il custode del tempo»: ciò che permette al tempo cosmico e al tempo vissuto di incontrarsi in un «tempo terzo», il tempo del calendario, della generazione, della storia e della finzione. Ne deriva il concetto di identità narrativa: il sé non è una sostanza che permane, ma il personaggio di una storia che continuamente raccontiamo e ri-raccontiamo. Chi non riesce a narrare il proprio tempo — vedremo che è un punto delicato per la mente ADHD, la cui memoria autobiografica e il cui senso di continuità seguono spesso traiettorie discontinue — non perde il tempo, ma perde uno degli strumenti principali con cui la nostra cultura lo umanizza.
10. Il presente vivente sotto il microscopio: neurofenomenologia e scienze cognitive
L'ultimo capitolo delle radici è il più recente: l'incontro tra fenomenologia e scienze cognitive. Francisco Varela, con il programma della neurofenomenologia (1996), ha proposto di trattare le descrizioni fenomenologiche e i dati neurodinamici come vincoli reciproci: la struttura husserliana del presente vivente — ritenzione, impressione, protensione — deve trovare contropartita nella dinamica temporale dei processi neurali. Varela ha articolato l'esperienza temporale su tre scale: la scala elementare degli eventi neurali (decine di millisecondi), la scala dell'integrazione (l'ordine del secondo, corrispondente al «presente specioso» di William James e al presente vivente di Husserl), e la scala narrativa, in cui i presenti si concatenano in continuità raccontabile. Shaun Gallagher e Dan Zahavi, ne La mente fenomenologica, hanno consolidato questo ponte mostrando che la struttura ritenzione-protensione non è un'ipotesi introspettiva ma un requisito formale di qualunque sistema cognitivo che percepisca oggetti temporalmente estesi — e che essa costituisce il fondamento del senso minimo di sé.
Per il nostro percorso, la neurofenomenologia compie un passo decisivo: legittima metodologicamente la ricerca di correlati tra strutture dell'esperienza temporale e architetture di rete cerebrali. Se la fenomenologia descrive come il tempo è vissuto, e le neuroscienze descrivono come il cervello si organizza nel tempo, allora diventa scientificamente sensato chiedersi: a quale assetto di rete corrisponde una determinata configurazione del tempo vissuto? È esattamente la domanda che la nostra ipotesi finale porrà a proposito della mente ADHD.
11. Matte Blanco: la bi-logica e l'atemporalità dell'inconscio
Tutte le tradizioni esaminate finora — da Agostino alle scienze cognitive — descrivono il tempo vissuto come una struttura sintetica, asimmetrica e orientata: un prima che non è un poi, un passato irrecuperabile, un futuro aperto, una direzione irreversibile. Anche quando il tempo si ammala, in Minkowski o Binswanger, esso si ammala come tempo: è la direzione, lo slancio, l'equilibrio tra le dimensioni che si altera. È a questo punto che l'opera di Ignacio Matte Blanco introduce una discontinuità radicale e, per il nostro discorso, decisiva.
Nel suo capolavoro L'inconscio come insiemi infiniti. Saggio sulla bi-logica (1975), lo psicoanalista cileno riprende le caratteristiche che Freud aveva attribuito all'inconscio — assenza di contraddizione, condensazione, spostamento, sostituzione della realtà esterna con quella psichica, e soprattutto assenza di tempo (Zeitlosigkeit) — e mostra che esse non sono bizzarrie sconnesse, ma le manifestazioni coerenti di una logica diversa, formalizzabile. Matte Blanco la chiama logica simmetrica, e la contrappone alla logica asimmetrica, aristotelica, propria del pensiero cosciente.
Due principi reggono la logica simmetrica. Il principio di simmetria stabilisce che l'inconscio tratta la relazione inversa di qualsiasi relazione come se fosse identica alla relazione stessa: se A è padre di B, allora B è padre di A; se A precede B, allora B precede A. Il principio di generalizzazione stabilisce che l'inconscio tratta ogni cosa individuale come membro di una classe sempre più ampia, fino a dissolvere l'individuo nell'insieme. La conseguenza più impressionante riguarda proprio il tempo. Se ogni relazione è reversibile, allora la relazione temporale — che è la relazione asimmetrica per eccellenza, poiché «prima» e «dopo» non sono intercambiabili — semplicemente collassa. Nel regime della simmetria pura non c'è successione: c'è simultaneità. Non c'è passato né futuro: c'è un eterno presente in cui tutto coesiste.
Matte Blanco distingue diversi livelli, o strati, lungo un continuum che va dalla massima asimmetria (il pensiero logico-cosciente, dove gli oggetti sono distinti e le relazioni orientate) alla massima simmetria (un fondo in cui ogni cosa è identica a ogni altra, e che per questo è di per sé impensabile, perché il pensiero richiede distinzioni). Nei livelli più profondi, dice, mancano le nozioni di spazio e di tempo, e vige quello che egli chiama il «livello dell'essere» in opposizione al «livello dell'accadere». L'essere umano è dunque, costitutivamente, un essere bi-logico: un punto di incontro e di tensione perpetua tra due modi d'essere, l'asimmetrico e il simmetrico, la cui combinazione variabile genera l'intero spettro dei fenomeni mentali — dal ragionamento scientifico al sogno, dall'emozione alla creazione poetica, dalla mistica alla psicosi.
È cruciale cogliere il rapporto tra emozione e simmetria. Per Matte Blanco l'emozione è intrinsecamente simmetrizzante: dove c'è emozione intensa, le distinzioni si attenuano, le parti valgono per il tutto, le relazioni si fanno reversibili. L'innamoramento ne è il modello — «senza di te non esisto», «tu sei tutto» — ma lo stesso vale per il lutto, l'angoscia, l'estasi. E poiché l'emozione, nei suoi aspetti più profondi, è anche radicata nel corpo (la componente che Matte Blanco chiama sensazione-sentimento), per essere pensata dalla coscienza essa deve essere «rivestita» di coordinate spazio-temporali. In altri termini: la coscienza temporalizza ciò che, in origine, non ha tempo. Il tempo vissuto, in questa prospettiva, è il prodotto del lavoro asimmetrico che riveste e ordina un materiale di base che, in sé, è atemporale.
Si noti la convergenza, sorprendente e finora poco esplorata, con il punto più profondo dell'analisi husserliana. Husserl, scavando sotto la coscienza costituita, era giunto a un flusso ultimo «per cui ci mancano i nomi», pre-oggettivo e non più temporalmente articolabile. Matte Blanco, scavando nell'inconscio freudiano, giunge a un livello di simmetria pura, atemporale e impensabile. Le due ricerche, partite da estremi opposti — la fenomenologia trascendentale e la metapsicologia psicoanalitica — sembrano toccare uno stesso fondo: un livello mentale in cui la temporalità non è ancora, o non è più, costituita. È su questo fondo che si gioca la nostra ipotesi.
11-bis. L'eterno presente: il polo simmetrico nelle tradizioni della quarta dimensione e nel Vedānta
Prima di passare dall'apparato di Matte Blanco alla nostra ipotesi sulla mente ADHD, occorre aprire una parentesi che non è digressiva ma strutturale. Il livello di simmetria pura descritto da Matte Blanco — atemporale, in cui la successione collassa nella coesistenza e ogni cosa coincide con ogni altra — non è un'invenzione della psicoanalisi del Novecento. È, al contrario, una delle figure più antiche e ricorrenti del pensiero umano: la figura dell'eterno presente. La incontriamo nel nunc stans della teologia, nel flusso ultimo «per cui mancano i nomi» dell'ultimo Husserl, e — in forma esplicita e sviluppata — in una costellazione di tradizioni filosofiche, esoteriche e contemplative che vale la pena di percorrere, perché ciascuna illumina da un'angolatura diversa la stessa struttura logica, e perché tutte insieme preparano il terreno alla tesi finale.
Va detto subito, e si chiarirà in conclusione, che accostare queste tradizioni non significa identificarle. Esse parlano linguaggi diversi e fanno affermazioni di natura diversa: alcune metafisiche sul reale, altre logico-formali sulla mente. Ciò che le accomuna non è una dottrina condivisa ma un isomorfismo di struttura: tutte descrivono un livello in cui la relazione temporale prima/dopo perde la sua asimmetria. È questo isomorfismo, e non una presunta identità di contenuto, l'oggetto della presente sezione.
Ouspensky: il tempo come quarta dimensione percepita
Nel Tertium Organum (1912) — il «terzo strumento» del pensiero, concepito come successore dell'Organon aristotelico e del Novum Organum baconiano — Pëtr D. Ouspensky riprende l'iperspazialismo di Charles Hinton e l'eredità kantiana per formulare una tesi netta: ciò che noi viviamo come scorrere del tempo è il modo in cui una coscienza tridimensionale percepisce un'estensione che, in sé, è già tutta data, di natura spaziale. Il tempo sarebbe la quarta dimensione dello spazio, e il suo «scorrere» l'effetto prospettico di una percezione limitata.
L'argomento procede per analogia dimensionale. Un essere bidimensionale, abitante di un piano, non potrebbe percepire una sfera: ne coglierebbe soltanto le sezioni successive — un punto che appare, si allarga in un cerchio crescente, poi si contrae e svanisce — e chiamerebbe «tempo» questa sequenza di stati. Ma per una coscienza tridimensionale la sfera è un oggetto unico, statico, integralmente presente. Allo stesso modo, sostiene Ouspensky, ciò che noi sperimentiamo come successione di eventi nel tempo è il sezionamento, operato dalla nostra coscienza, di una realtà quadridimensionale in cui passato, presente e futuro coesistono distesi come le parti di un paesaggio. La coscienza superiore non vedrebbe scorrere il tempo: lo vedrebbe tutto insieme, come spazio. È il polo simmetrico tradotto in linguaggio geometrico: là dove la coscienza ordinaria registra successione asimmetrica, la coscienza quadridimensionale coglie simultaneità.
Blavatsky: la Durata contro il Tempo
Nel proemio della Dottrina Segreta (1888), Helena P. Blavatsky distingue rigorosamente la Durata dal Tempo. La Durata è l'eterno senza inizio né fine, l'attributo dell'Assoluto, ciò che semplicemente è. Il Tempo, invece, è illusione: è prodotto dalla successione dei nostri stati di coscienza nel loro attraversare la Durata. Passato, presente e futuro non sono che una nozione composita, tipicamente umana; in realtà esiste solo un eterno adesso, e ciò che chiamiamo «presente» è soltanto una linea matematica priva di spessore, che separa la porzione di Durata che abbiamo battezzato «passato» da quella che chiamiamo «futuro».
È la mossa agostiniana — il tempo come funzione della coscienza e non proprietà del reale — spinta fino alle estreme conseguenze: il tempo diviene un velo, parte di Maya, l'illusione cosmica. La realtà di fondo non possiede successione; è la coscienza che la genera attraversandola. Anche qui, dunque, il sostrato del reale ha la struttura del polo simmetrico: pura coesistenza, da cui la mente ritaglia, per illusione, la freccia del tempo.
Steiner: il corpo del tempo e il panorama della vita
Rudolf Steiner aggiunge due immagini di notevole forza. La prima è la concezione del corpo eterico come Zeitleib, corpo del tempo: a differenza del corpo fisico, che ha la sua realtà nello spazio, il corpo delle forze formative avrebbe la sua realtà nella durata, sarebbe cioè un'entità essenzialmente temporale. La seconda, ancora più pertinente, è il tableau o panorama della vita: nell'istante che segue la morte, l'intera esistenza appena conclusa si presenterebbe simultaneamente alla coscienza, come un quadro unico in cui tutti gli eventi coesistono, non più dispiegati in sequenza ma compresenti in un solo sguardo. A questa si lega l'idea della Cronaca dell'Akasha: un substrato sovrasensibile in cui ogni evento resta impresso e può essere «letto» come presente, al di là della sua collocazione temporale.
Quale che sia il giudizio sulla loro pretesa di verità, queste immagini hanno una struttura logica precisa e costante: descrivono la conversione di una sequenza biografica — la vita vissuta come successione — in una totalità simultanea. Il panorama steineriano è, in termini bilogici, la simmetrizzazione del tempo biografico: il momento in cui il «prima e poi» dell'esistenza si raccoglie in un unico presente compresente.
Il Vedānta: turīya e l'identità del tat tvam asi
Il riferimento più rigoroso, e quello logicamente più stringente, è la tradizione vedāntica advaita. In essa Brahman è al di là di kāla, al di là del tempo: non «eterno» nel senso di una durata indefinitamente protratta, ma nitya nel senso di sottratto alla sequenza — pura presenza, sat, senza prima né poi. Il tempo appartiene al livello empirico (vyāvahārika), al dominio di Maya; mentre il «quarto stato», turīya — oltre la veglia, il sogno e il sonno profondo — è coscienza pura, priva di ogni differenziazione, e dunque priva di articolazione temporale. L'eterno presente non è qui una metafora, ma il carattere proprio della realtà ultima e della coscienza che vi si identifica.
Ed è precisamente qui che la corrispondenza con Matte Blanco cessa di essere una vaga assonanza e diventa un'esatta omologia formale. Il principio di simmetria — per cui una relazione e la sua inversa sono identiche, e dunque conoscente e conosciuto, soggetto e oggetto coincidono — è la traduzione in linguaggio logico della non-dualità: a-dvaita significa letteralmente «non-due». E il principio di generalizzazione — per cui l'individuo si dissolve in classi sempre più ampie fino a coincidere con il tutto — è la struttura logica del grande detto upaniṣadico tat tvam asi, «quello tu sei»: l'identità dell'ātman individuale con il Brahman universale, la parte che si scopre essere il tutto. Matte Blanco, costruendo una logica formale dell'inconscio a partire da Freud e dalla teoria degli insiemi, ha ritrovato senza saperlo la grammatica dell'Advaita. Le due dottrine del tat tvam asi e della bi-logica, lette l'una sull'altra, si rivelano la contrazione e l'espansione di una stessa figura: l'individuale e il totale che si implicano a vicenda.
Il filo e la doppia cautela
Tutte queste tradizioni, insieme al nunc stans agostiniano e al flusso ultimo husserliano, convergono dunque su un medesimo luogo logico: un livello in cui la successione asimmetrica del tempo collassa nella coesistenza simultanea. Ouspensky lo raggiunge per via geometrica (la quarta dimensione), Blavatsky per via metafisica (la Durata contro Maya), Steiner per via visionaria (il panorama), il Vedānta per via contemplativa (turīya); ma la forma è la stessa, ed è la forma del polo simmetrico. Il ponte con la nostra ipotesi diventa allora evidente: se la mente ADHD ha il proprio baricentro bilogico spostato verso quel polo, essa abita strutturalmente più vicino a ciò che le tradizioni contemplative additano come traguardo.
Due cautele, però, sono indispensabili, e proprio esse danno valore al confronto invece di banalizzarlo. La prima è una cautela di demarcazione. Vi è una differenza decisiva tra il raggiungere l'eterno presente e il dimorarvi senza averlo scelto. Il contemplativo accede al livello simmetrico conservando la piena padronanza del livello asimmetrico: integra i due poli, si muove tra essi, ritorna al tempo della successione quando l'azione lo richiede. La mente ADHD, nella nostra ipotesi, vi accede invece come modalità di default, e proprio per questo ne paga il prezzo: la difficoltà a serializzare, a pianificare, a «vedere» la scadenza. Lo stesso luogo logico è, per il contemplativo, una conquista faticosamente integrata, e per la mente ADHD, insieme, un dono ricevuto e un peso non richiesto. Confondere i due casi — equiparare l'ADHD a uno stato di realizzazione spirituale — sarebbe non soltanto teoricamente falso, ma anche eticamente irresponsabile, perché cancellerebbe la sofferenza reale che quella condizione comporta.
La seconda cautela è quasi autoreferenziale, e va enunciata apertamente. La tentazione di dichiarare che Ouspensky, Blavatsky, Steiner, il Vedānta, Matte Blanco e l'ADHD «sono tutti la stessa cosa» è essa stessa un atto di logica simmetrica: è il principio di generalizzazione all'opera, che dissolve le differenze in un'unica identità indistinta. Per trattare questo materiale con rigore occorre fare esattamente il contrario di ciò di cui si parla: mantenere attive le distinzioni asimmetriche. Ciò che lega queste tradizioni sono isomorfismi di struttura, non identità di contenuto; e i piani restano irriducibilmente eterogenei — le tradizioni avanzano tesi metafisiche sul reale, Matte Blanco propone un modello logico-formale della mente, le neuroscienze del Default Mode Network descrivono un'architettura cerebrale. La forza di questa sintesi sta nel tenere distinti i livelli mentre li si accosta, riconoscendone la comune forma senza collassarli l'uno nell'altro. È, in fondo, l'esercizio bilogico per eccellenza: usare l'asimmetria del pensiero per parlare con precisione della simmetria.
12. L'ipotesi: la logica simmetrica come modalità di default della mente ADHD
Le tradizioni che abbiamo ricostruito convergono su tre acquisizioni. Primo: il tempo vissuto è una sintesi asimmetrica e orientata, costituita da un lavoro attivo della mente (Husserl, Merleau-Ponty). Secondo: esistono configurazioni diverse del tempo vissuto, ciascuna coerente, e le sue alterazioni sono leggibili come modi diversi di temporalizzarsi (psicopatologia fenomenologica). Terzo: sotto la temporalità costituita esiste un livello atemporale, governato da una logica simmetrica, normalmente sommerso ma sempre presente (Matte Blanco). La proposta teorica che qui avanziamo collega questi tre fili a una quarta acquisizione, neuroscientifica: nella mente ADHD il Default Mode Network (DMN) — la rete cerebrale dell'attività spontanea, della divagazione, della memoria autobiografica e del pensiero associativo — mostra una tendenza all'iperattività e a una mancata deattivazione quando il compito richiederebbe il subentro delle reti attentive orientate verso l'esterno.
L'ipotesi è la seguente: ciò che Matte Blanco descrive come livello simmetrico dell'inconscio — atemporale, aspaziale, associativo, in cui la parte vale per il tutto e le relazioni sono reversibili — non corrisponde, nella mente ADHD, a uno strato rimosso o patologico che irrompe eccezionalmente, ma a una modalità operativa di base, strutturalmente più accessibile e più costantemente attiva che nella mente neurotipica. In termini bilogici: il punto di equilibrio lungo il continuum simmetria-asimmetria sarebbe, nella mente ADHD, spostato verso il polo simmetrico. E questo spostamento avrebbe come correlato neurobiologico plausibile proprio l'iperattività del DMN, la cui fenomenologia — flusso associativo incessante, scarsa serializzazione, abolizione dei confini tra interno ed esterno, tra rilevante e irrilevante — riproduce con notevole precisione i tratti della logica simmetrica.
Il punto teoricamente più importante è il rovesciamento di prospettiva che questa ipotesi impone. Matte Blanco descrive la logica simmetrica come «inconscia» assumendo come norma la mente in cui prevale l'asimmetria cosciente: per quella mente, la simmetria è ciò che emerge dal basso, nel sogno o nel sintomo, e che la veglia deve inibire. Ma questa è una descrizione relativa a un assetto bilogico particolare — quello neurotipico. Se si assume che la mente ADHD possieda un assetto bilogico diverso, con un baricentro spostato verso la simmetria, allora la simmetria non è più «inconscio che fa irruzione»: è il modo di funzionamento di default. Non un difetto di inibizione, ma una diversa architettura. La differenza è la stessa che corre tra il dire «questa mente non riesce a sopprimere l'inconscio» e il dire «questa mente è organizzata bilogicamente in un altro modo».
12.1 La cecità al tempo come effetto di simmetria
Il fenomeno che la nostra ipotesi spiega con maggiore eleganza è la cosiddetta cecità al tempo (time blindness), descritta clinicamente da Russell Barkley: la difficoltà a percepire il tempo futuro come reale, vicino e dotato di peso motivazionale, da cui derivano la procrastinazione, le scadenze vissute come improvvise, la sottostima sistematica della durata. Le spiegazioni puramente neurocognitive — deficit delle funzioni esecutive, debolezza della memoria di lavoro — descrivono il fenomeno ma non ne colgono la struttura interna. La bi-logica lo fa. Se il livello operativo di base è simmetrico, la relazione temporale «il futuro è dopo il presente» è, in quel regime, reversibile e quindi neutralizzata: «domani» e «adesso» tendono all'equivalenza logica. Non è che il futuro non esista; è che non è asimmetricamente distante. Il tempo non manca: manca la sua asimmetria, cioè la gerarchia orientata che fa del futuro qualcosa di diverso e di più urgente del presente.
12.2 L'iperfocus come immersione nel presente simmetrico
All'estremo opposto della cecità al tempo sta l'iperfocus: la capacità, tipica e spesso sorprendente nella mente ADHD, di immergersi totalmente in un'attività interessante fino a perdere completamente il senso del tempo trascorso. Le due cose appaiono contraddittorie solo finché si pensa l'ADHD come puro deficit. Nella prospettiva bilogica sono la stessa cosa vista da due lati: entrambe sono manifestazioni del primato della simmetria. Nell'iperfocus il tempo asimmetrico — la successione, la scadenza, l'ora dell'orologio — semplicemente collassa, e resta un presente assoluto, dilatato, senza prima né poi: esattamente l'eterno presente della simmetria pura, lo stesso nunc stans che Agostino attribuiva all'eternità e che le tradizioni contemplative descrivono come esperienza dell'assorbimento totale.
12.3 Creatività associativa come accesso privilegiato alla simmetria
La logica simmetrica, attraverso il principio di generalizzazione, connette domini lontani, tratta il singolo come classe, produce equivalenze inattese: è, in sé, una macchina di metafore. La creatività associativa frequentemente osservata nell'ADHD — il pensiero divergente, le connessioni laterali, l'accostamento di idee remote — trova qui la sua radice strutturale. La mente neurotipica produce queste connessioni sporadicamente, quando la censura asimmetrica si allenta (nel sogno, nell'ispirazione, nel gioco); la mente ADHD vi avrebbe accesso più costante, perché il suo baricentro è più vicino al polo simmetrico. In questa lettura, la creatività non è un compenso al deficit, né un suo paradossale sottoprodotto: è la faccia luminosa dello stesso assetto bilogico la cui faccia ardua è la cecità al tempo. Dono e difficoltà sono il dritto e il rovescio di un'unica struttura.
12.4 Tavola di corrispondenza
| Tratto della logica simmetrica (Matte Blanco) | Correlato nella mente ADHD / DMN iperattivo |
|---|---|
| Atemporalità: passato, presente e futuro tendono alla simultaneità | Cecità al tempo (Barkley); futuro privo di peso asimmetrico; scadenze vissute come improvvise |
| Collasso della relazione asimmetrica prima/dopo | Difficoltà di serializzazione e di pianificazione sequenziale |
| Eterno presente della simmetria pura | Iperfocus: dilatazione assoluta del presente, perdita del senso della durata |
| Principio di generalizzazione: il particolare vale per la classe | Pensiero analogico e ipergeneralizzante; metafora come modalità nativa |
| Dissoluzione dei confini, tutto è connesso a tutto | Iperconnettività associativa, pensiero divergente, creatività laterale |
| Assenza del principio di non contraddizione | Tolleranza alle contraddizioni; pensiero in parallelo anziché lineare |
| Emozione come vettore simmetrizzante | Intensità e reattività emotiva; disregolazione affettiva; coinvolgimento totale |
| Livello dell'essere vs livello dell'accadere | Difficoltà a tradurre l'esperienza in sequenza ordinata di compiti e tappe |
13. Implicazioni e cautele
L'ipotesi qui proposta ha valore teorico ed euristico, non clinico-diagnostico, e va circondata da alcune cautele. In primo luogo, la corrispondenza tra logica simmetrica e DMN è un'analogia strutturale, non un'identità dimostrata: afferma che i due livelli di descrizione — quello bilogico e quello delle reti cerebrali — condividono una stessa fenomenologia (atemporalità, associatività, dissoluzione dei confini), e che questa convergenza merita di essere indagata, non che l'uno riduca l'altro. In secondo luogo, l'ADHD è clinicamente eterogeneo, e il modello qui delineato descrive una tendenza, un baricentro statistico-strutturale, non un meccanismo uniforme presente in ogni individuo. In terzo luogo, parlare di «diversa architettura» anziché di «deficit» non significa negare la sofferenza reale che la cecità al tempo, la disregolazione e la difficoltà esecutiva comportano: significa collocarle in una cornice in cui esse appaiono come il costo di un assetto che ha anche risorse proprie, e non come puro malfunzionamento di una norma.
Il guadagno principale è di ordine concettuale. La tradizione fenomenologica e psicopatologica del tempo vissuto ci ha insegnato che esistono modi diversi, coerenti e descrivibili di abitare il tempo. Matte Blanco ci ha fornito l'apparato formale per pensare la coesistenza di una temporalità asimmetrica e di un fondo simmetrico atemporale in ogni mente. Le neuroscienze del DMN ci offrono un correlato di rete plausibile. Mettere insieme questi tre elementi consente di leggere l'esperienza temporale dell'ADHD non come un orologio guasto, ma come una mente in cui il rapporto tra le due logiche del tempo è bilanciato diversamente — più vicino al polo dove il tempo, semplicemente, non scorre. È una prospettiva che restituisce dignità e intelligibilità a un'esperienza troppo a lungo descritta solo per sottrazione.
14. Conclusione
Abbiamo seguito un arco lungo: dall'aporia agostiniana del tempo che si conosce e non si sa dire, alla durata bergsoniana contro il tempo spazializzato; dalla coscienza interna del tempo di Husserl, con la sua tripla struttura di ritenzione, impressione e protensione, alla temporalità estatica e finita di Heidegger; dal tempo incarnato di Merleau-Ponty alla psicopatologia del tempo vissuto di Minkowski e Binswanger; dal tempo raccontato di Ricoeur alla neurofenomenologia di Varela, Gallagher e Zahavi. Lungo tutto questo arco, una costante: il tempo vissuto è una sintesi asimmetrica, attiva, orientata, che la mente costruisce e che può costruire in modi diversi.
Su questo sfondo, l'opera di Matte Blanco ha rivelato il rovescio della medaglia: sotto ogni temporalità costituita giace un livello simmetrico e atemporale, dove le relazioni sono reversibili e il tempo non scorre. E la nostra ipotesi ha proposto di leggere proprio questo livello come la modalità di default della mente ADHD, correlata all'iperattività del Default Mode Network: non un inconscio che irrompe, ma un diverso baricentro bilogico, che spiega in un unico colpo la cecità al tempo, l'iperfocus e la creatività associativa come tre volti di un'unica struttura. La fenomenologia del tempo vissuto, nata per descrivere come l'uomo costruisce il proprio tempo, ci consegna così uno strumento inatteso per comprendere chi quel tempo lo costruisce a partire da un equilibrio diverso — e per riconoscere in quella differenza non soltanto una mancanza, ma una forma.
15. Bibliografia
La bibliografia è organizzata per nuclei tematici, in ordine di comparsa nel capitolo. Le annotazioni indicano il contributo specifico di ciascuna fonte all'argomentazione qui sviluppata.
Le radici antiche e moderne del tempo
Aristotele, Fisica, libro IV, capp. 10-14 (IV sec. a.C.). — la definizione del tempo come «numero del movimento secondo il prima e il poi» apre la distinzione tra tempo oggettivo e soggetto che lo numera, presupposto di tutta la tradizione successiva.
Agostino d'Ippona, Confessioni, libro XI (397-400 d.C. ca.; trad. it. in numerose edizioni). — fonte della distensio animi e della tripartizione memoria/attenzione/attesa; introduce anche il nunc stans divino, prefigurazione secolarizzata del polo simmetrico di Matte Blanco.
Kant, I., Critica della ragion pura (1781; tr. it. in numerose edizioni), Estetica trascendentale. — colloca il tempo come forma a priori del senso interno, soglia obbligata tra la cosmologia del tempo e la sua interiorizzazione fenomenologica.
Bergson, H., Saggio sui dati immediati della coscienza (1889; tr. it. in diverse edizioni). — la distinzione durata/tempo spazializzato e l'immagine della melodia fondano il vocabolario ripreso dalla successiva psicopatologia fenomenologica.
La fenomenologia della coscienza interna del tempo
Husserl, E., Per la fenomenologia della coscienza interna del tempo (1893-1917), a cura di R. Boehm, ed. it. a cura di A. Marini, Franco Angeli, Milano 1981. — fonte della struttura tripartita ritenzione-impressione-protensione; il riferimento al flusso ultimo «per cui mancano i nomi» è il punto di aggancio con il livello di simmetria pura di Matte Blanco.
Heidegger, M., Essere e tempo (1927), nuova trad. it. A. Marini, Mondadori, Milano 2006. — sposta l'analisi dalla coscienza all'esistenza; la temporalità estatica e il primato dell'avvenire forniscono il modello di una temporalità qualitativamente modulabile e non uniforme.
Merleau-Ponty, M., Fenomenologia della percezione (1945), trad. it. A. Bonomi, Bompiani, Milano 2003. — introduce il corpo come struttura temporale; fondamentale per collegare regolazione senso-motoria e temporalizzazione nella neurodivergenza.
La psicopatologia fenomenologica del tempo vissuto
Minkowski, E., Il tempo vissuto. Fenomenologia e psicopatologia (1933), trad. it. G. Terzian, nuova ed. a cura di A. M. Farcito, intr. F. Leoni, pref. E. Paci, Einaudi, Torino 2004. — testo fondativo della psicopatologia del tempo vissuto; il concetto di slancio personale è la matrice diretta della lettura qui proposta della cecità al tempo e dell'iperfocus.
Binswanger, L., Melanconia e mania. Studi fenomenologici, a cura di E. Borgna, Bollati Boringhieri, Torino 2015. — sistematizza clinicamente le alterazioni della temporalità nella melanconia e nella mania, complemento diagnostico a Minkowski.
Borgna, E., Le intermittenze del cuore, Feltrinelli, Milano 2003. — rappresentativo della linea italiana della psicopatologia fenomenologica del tempo, per cui l'incontro clinico è anzitutto incontro tra temporalità diverse.
L'ermeneutica narrativa
Ricoeur, P., Tempo e racconto, voll. I-III (1983-1985), trad. it., vol. III a cura di G. Grampa, Jaca Book, Milano. — fornisce il concetto di identità narrativa e la tesi del racconto come «custode del tempo», rilevante per la discontinuità della memoria autobiografica nell'ADHD.
La neurofenomenologia e le scienze cognitive
James, W., The Principles of Psychology (1890), cap. XV, «The Perception of Time». — introduce la nozione di «presente specioso», ripresa da Varela come scala intermedia dell'esperienza temporale.
Varela, F. J., «Neurophenomenology: A Methodological Remedy for the Hard Problem», Journal of Consciousness Studies, 3(4), 1996. — propone le tre scale temporali (elementare, di integrazione, narrativa) come programma di vincolo reciproco tra fenomenologia e neuroscienze.
Gallagher, S., Zahavi, D., La mente fenomenologica. Filosofia della mente e scienze cognitive, trad. it. P. Pedrini, Raffaello Cortina, Milano 2022 (nuova ed.). — consolida la struttura ritenzione-protensione come requisito formale di ogni cognizione di oggetti temporalmente estesi, fondamento del senso minimo di sé.
La psicoanalisi e la bi-logica
Matte Blanco, I., L'inconscio come insiemi infiniti. Saggio sulla bi-logica (1975), a cura di P. Bria, pref. R. Bodei, Einaudi, Torino 2000. — fonte primaria dell'ipotesi qui avanzata; formalizza principio di simmetria e principio di generalizzazione come struttura logica alternativa a quella asimmetrica cosciente.
Le tradizioni contemplative e la quarta dimensione
Ouspensky, P. D., Tertium organum. Una chiave per gli enigmi del mondo (1912), trad. it., Astrolabio Ubaldini, Roma 1983. — formula in termini geometrici l'isomorfismo con la simmetria pura, tramite l'analogia dimensionale della sfera percepita da una coscienza bidimensionale.
Blavatsky, H. P., La dottrina segreta (1888), proemio, trad. it. in diverse edizioni. — distingue Durata (atemporale) e Tempo (illusorio, prodotto della successione della coscienza), variante metafisica dello stesso isomorfismo.
Steiner, R., scritti sul corpo eterico (Zeitleib) e sul panorama biografico post mortem; cfr. La scienza occulta nelle sue linee generali, trad. it., Editrice Antroposofica, Milano. — offre le immagini del corpo del tempo e del tableau biografico come simmetrizzazione della sequenza vissuta.
Fonti upanisadiche e tradizione vedantica advaita (in particolare la Mandukya Upanisad sul turiya; Shankara, commentari), in trad. it. in diverse edizioni. — fornisce l'omologia formale più rigorosa con il principio di simmetria — a-dvaita come «non-due» — e con il principio di generalizzazione — tat tvam asi.
L'ADHD e le neuroscienze cliniche
Barkley, R. A., Executive Functions: What They Are, How They Work, and Why They Evolved, Guilford Press, New York 2012. — fonte clinica della cecità al tempo (time blindness) e del modello now/not-now, qui riletta in chiave bilogica.
Raichle, M. E. et al., «A default mode of brain function», Proceedings of the National Academy of Sciences, 98(2), 2001. — articolo fondativo del Default Mode Network, correlato neurobiologico proposto per il baricentro simmetrico della mente ADHD.
