Versione WILD
Il testo trasformato attraverso Cogito, articolato in cicli di lettura e domande.
Versione Origine
beWild — Un altro mondo da abitare
VERSIONE ORIGINE — Capitolo 7a
La natura come co-regolatore ritmico: evidenze dall'antropologia del tempo ecologico
Abstract
Questo capitolo fornisce fondamento etno-antropologico alla tesi, avanzata nel capitolo sulla co-regolazione diadica, secondo cui l'ambiente naturale ha storicamente operato come primo polo regolatorio dei ritmi umani. Attraverso la tradizione antropologica del tempo — dal «tempo ecologico» di Evans-Pritchard presso i Nuer, alla convergenza transculturale documentata da Hallowell e Ohnuki-Tierney, fino alla nozione di taskscape di Tim Ingold — si mostra come, nelle società a stretto contatto con l'ambiente, la scansione della giornata, della stagione e dell'attività non sia prodotta internamente dall'individuo né da un orologio astratto, ma emerga dal ritmo dell'ambiente e dei suoi cicli. Si argomenta che tale assetto costituisce una forma di co-regolazione ritmica ambientale: un sistema in cui il polo esterno — la natura nei suoi cicli prevedibili — fornisce lo scaffold temporale che l'organismo non deve generare autonomamente. La progressiva sostituzione del tempo ecologico con il tempo-orologio dell'industria (Thompson) viene letta come la rimozione storica di questo co-regolatore, con implicazioni specifiche per i sistemi nervosi WILD/ADHD strutturati per la regolazione esterna.
1. Premessa: una tesi che richiede fondamento empirico
Nel capitolo sulla co-regolazione diadica è stata avanzata l'ipotesi che la natura abbia costituito, per la maggior parte della storia evolutiva umana, il primo e più pervasivo co-regolatore dei ritmi dell'organismo. Tale affermazione, formulata in termini neurobiologici ed evolutivi, richiede tuttavia un fondamento empirico che la neurobiologia da sola non può offrire: occorre mostrare che esistono, o sono esistite, forme concrete di vita umana in cui la regolazione temporale era effettivamente delegata all'ambiente anziché generata internamente. È precisamente ciò che documenta la tradizione antropologica dello studio del tempo.
Questo capitolo non introduce, dunque, un argomento nuovo, ma fornisce la base etnografica a una tesi già enunciata. La posta in gioco è rilevante: se si può dimostrare che intere società hanno funzionato — e in parte funzionano — delegando ai cicli naturali la scansione che la modernità affida all'orologio e all'autodisciplina individuale, allora l'idea di un sistema nervoso «ottimizzato per la co-regolazione esterna» cessa di essere una metafora e diventa la descrizione di una condizione ecologica reale, oggi venuta meno.
È necessario precisare, fin da questa premessa, la natura dell’operazione teorica che il capitolo compie. Le fonti etnografiche e antropologiche qui citate — Evans-Pritchard, Hallowell, Ohnuki-Tierney, Ingold — descrivono come specifiche popolazioni organizzano il tempo in rapporto all’ambiente. Esse non formulano, né avrebbero ragione di formulare, una teoria neurobiologica del profilo ADHD. Il passaggio dall’evidenza antropologica all’interpretazione funzionale in termini di co-regolazione ritmica è un’elaborazione originale del presente lavoro, non una conclusione derivabile direttamente da quelle fonti. Analogamente, il concetto di co-regolazione viene qui esteso — rispetto al suo uso prevalente nella letteratura psicologica, dove indica la regolazione reciproca tra persone — al rapporto tra organismo e ambiente non-umano, conservando il medesimo principio funzionale di supporto regolatorio esterno. Tale estensione concettuale è coerente con la tradizione della cognizione incarnata e distribuita (Hutchins, 1995; Clark, 1997), ma costituisce un’operazione interpretativa che il lettore è invitato a valutare come tale.
2. Il tempo ecologico dei Nuer: il caso paradigmatico
Edward Evans-Pritchard (1940), nella sua monografia sui Nuer del Sud Sudan, ha fornito quella che resta la descrizione più influente di una temporalità non-orologistica1. Egli distinse due grandi forme di tempo: il tempo ecologico (oecological time) e il tempo strutturale. Il primo riflette i ritmi ambientali; il secondo le relazioni sociali e genealogiche. Ciò che qui interessa è il primo.
Il tempo ecologico dei Nuer è scandito dall'alternanza tra stagione secca e stagione delle piogge, che impone un'esistenza di transumanza: lo spostamento del bestiame e degli accampamenti segue il ciclo annuale di siccità e inondazioni. Le diverse parti del giorno non sono numerate ma identificate dai compiti pastorali che vi si svolgono — la sera, ad esempio, è «il tempo della mungitura». Evans-Pritchard
coniò per questo l'espressione divenuta celebre di «cattle clock», l'orologio del bestiame: non uno strumento, ma l'insieme delle attività pastorali che fungono da riferimento temporale collettivo. Allo stesso modo, le fasi dell'anno non sono mesi astratti ma le attività stagionali che le caratterizzano.
| TEMPO ECOLOGICO | Nozione introdotta da Evans-Pritchard (1940): insieme di concettualizzazioni del tempo che originano dalle circostanze ambientali e dai modi in cui una società vi si è adattata. Il tempo non è misurato da un sistema cronologico astratto e numerico, ma indicato attraverso le attività determinate dai cicli ecologici (stagioni, piogge, compiti pastorali). |
Il punto teoricamente decisivo è che la temporalità Nuer non possiede un sistema cronologico astratto, numerico, cumulativo e uniformemente misurabile. Il tempo è indicato, non misurato; e ciò che lo indica sono eventi ambientali e attività che da essi dipendono. L’individuo non costruisce internamente la propria scansione temporale: la riceve dal ciclo ecologico in cui è immerso. Proponiamo di reinterpretare questo assetto come una forma di co-regolazione ritmica ambientale: il polo esterno — l’ambiente — fornisce la struttura temporale, e l’organismo vi si sincronizza. Questa lettura funzionale non appartiene a Evans-Pritchard, che non usa il concetto di co-regolazione; è una rilettura originale che le basi etnografiche rendono plausibile, e che il lettore troverà esplicitamente dichiarata nella nota metodologica.
L'inquadramento teorico di Evans-Pritchard è debitore di Émile Durkheim (1912), per il quale le categorie del tempo sono rappresentazioni sociali che rispecchiano l'organizzazione della collettività2. Ma mentre Durkheim accentua l'origine sociale del tempo, il caso Nuer mostra un livello ancora più basilare: un'origine ecologica, in cui è l'ambiente fisico, prima ancora della società, a dettare il ritmo.
3. La convergenza transculturale: non un caso isolato
Si potrebbe obiettare che i Nuer costituiscano un caso particolare. La letteratura antropologica mostra invece una convergenza notevole. Studi condotti in aree geograficamente lontanissime — Africa orientale, Canada settentrionale, Giappone settentrionale — hanno individuato un insieme simile di esperienze temporali, nelle quali una consapevolezza ciclico-ecologica del tempo, generata dalla sequenza annuale delle stagioni, assume importanza primaria.
Alfred Irving Hallowell (1937), studiando gli Ojibwa (Saulteaux) del Canada subartico, documentò un orientamento temporale ancorato agli eventi naturali e alle attività di sussistenza, privo di una cronologia astratta paragonabile a quella occidentale3. Emiko Ohnuki-Tierney (1973), analizzando il computo del tempo presso gli Ainu di Sachalin, rilevò un sistema analogo, fondato su marcatori ecologici e stagionali4.
La ricorrenza dello stesso schema in popolazioni di cacciatori-raccoglitori e di agricoltori, separate da continenti e da nessun contatto reciproco, è significativa: suggerisce che la regolazione temporale su base ecologica non sia un tratto culturale locale, ma la modalità di default della temporalità umana in condizioni di stretta dipendenza dall’ambiente. La spiegazione è di ordine adattivo: per chi vive di caccia, raccolta o pastorizia, l’esistenza è intrecciata con i cicli naturali al punto che ogni altra scansione risulterebbe superflua, se non disfunzionale.
È opportuno precisare che la selezione degli esempi non mira a escludere la complessità del panorama etnografico. Esistono naturalmente culture tradizionali dotate di sistemi calendari sofisticati — le civiltà mesoamericane, mesopotamiche o cinesi ne sono esempi notori — e società agricole con sistemi temporali astratti e cumulativi. Ciò che accomuna i casi qui discussi non è l’assenza di misurazione del tempo, ma la persistente centralità dei cicli ecologici nell’organizzazione della vita quotidiana e del lavoro. L’argomento non si basa sull’universalità del tempo ecologico, bensì sulla sua ampia diffusione nelle condizioni di vita che hanno caratterizzato la maggior parte della storia evolutiva della specie.
4. Ingold: il taskscape e la temporalità del paesaggio
La formulazione teoricamente più matura di questo assetto si deve a Tim Ingold (1993; 2000), che con il concetto di taskscape — letteralmente «paesaggio di compiti» — ha ripensato il rapporto tra attività umana, ambiente e tempo5. Il taskscape è il pattern delle attività di abitazione (dwelling), e la sua temporalità intrinseca risiede nelle interrelazioni ritmiche, nei pattern di risonanza tra i compiti e tra questi e i cicli ambientali.
Per Ingold, riprendendo le riflessioni di Alfred Gell (1992) sul tempo6, la temporalità è immanente al fluire degli eventi, non trascendente: non è il tempo cronologico, in cui tempo ed eventi sono indipendenti, ma il carattere processuale del vivere. I compiti non sono accadimenti discreti e separati: sono parte della corrente continua della vita, e si svolgono non secondo il tempo dell'orologio o quello astronomico, ma secondo ciò che occorre fare.
Due aspetti del taskscape sono cruciali per il nostro argomento. Il primo: Ingold non restringe il taskscape al vivente, perché la base stessa della vita è il ritmo — i cicli di giorno e notte, le stagioni, le maree. Il ritmo del lavoro umano si innesta su questi ritmi più ampi e «più-che-umani», risuonando con essi. Il secondo: il taskscape è intrinsecamente sociale. I compiti non sono compiuti in isolamento ma con altri; la vita sociale non è separabile dalla vita operativa. Qui i due poli — la natura e il gruppo umano — si saldano in un'unica struttura ritmica.
Il taskscape mostra che, nelle forme di vita ecologicamente integrate, la regolazione temporale è simultaneamente ambientale e collettiva: l'individuo si sincronizza al ritmo dei cicli naturali e a quello dei compiti condivisi nello stesso movimento. La co-regolazione ritmica non è, in origine, un fatto privato ma un fenomeno ecologico-sociale.
5. La rimozione storica del co-regolatore: dal tempo ecologico al tempo-orologio
Se la natura ha funzionato come polo regolatorio, è possibile datare — almeno in Occidente — il momento storico della sua sostituzione. Lo storico Edward Thompson (1967), in un saggio classico, ha mostrato come la rivoluzione industriale abbia imposto il passaggio dal tempo-compito (task-orientation) al tempo-orologio (time-discipline)7. Thompson descrive una trasformazione economica e sociale; la rilettura di tale passaggio come rimozione di un co-regolatore ecologico costituisce un’interpretazione originale del presente lavoro, coerente con le categorie elaborate nelle sezioni precedenti ma non formulata dall’autore.
Questo passaggio non è soltanto economico: è la rimozione di un'intera ecologia temporale. L'orologio meccanico sottrae all'ambiente la funzione di scandire il tempo e la trasferisce a un dispositivo astratto, che richiede all'individuo di autoregolarsi su un riferimento esterno arbitrario — non più il sole o la stagione, ma un quadrante. Il polo co-regolatore naturale, prevedibile e sensorialmente ricco, viene sostituito da un polo artificiale, uniforme e privo di salienza ecologica.
La cronobiologia contemporanea conferma il costo di questa sostituzione: Roenneberg e Merrow (2016) documentano come la desincronizzazione tra i ritmi circadiani endogeni e gli orari sociali imposti — il cosiddetto social jetlag — produca effetti misurabili sulla salute8. L'ambiente moderno non solo ha rimosso lo scaffold ritmico naturale: ne ha imposto uno disallineato rispetto alla biologia dell'organismo.
6. Implicazioni per il profilo WILD/ADHD
Da questo quadro discende l’implicazione centrale per il presente lavoro9. Se la regolazione temporale, nella storia evolutiva e nelle società ecologicamente integrate, è stata primariamente fornita dall’ambiente — e solo secondariamente, e di recente, delegata all’autodisciplina individuale su un tempo astratto — allora la difficoltà di autoregolazione temporale che caratterizza il profilo ADHD potrebbe assumere un significato diverso da quello proposto dai modelli cognitivi standard.
La cosiddetta cecità al tempo (time blindness) e la difficoltà di pianificazione non appaiono più, in questa luce, soltanto come deficit di una funzione interna che dovrebbe esserci e manca, ma come la condizione di un sistema nervoso che potrebbe conservare caratteristiche funzionali maggiormente compatibili con la ricezione di scaffold temporali dall’ambiente esterno, risultando più vulnerabile in un ambiente che ha rimosso lo scaffold ecologico e lo ha sostituito con un riferimento astratto privo di salienza sensoriale. In questa lettura, il sistema WILD non avrebbe perso la capacità di regolarsi: si troverebbe piuttosto in un contesto che non fornisce il tipo di co-regolatore con cui potrebbe essere maggiormente compatibile. È doveroso precisare che questa formulazione ha, allo stato attuale, lo statuto di un’ipotesi interpretativa coerente con i dati disponibili, non di una conclusione empiricamente dimostrata: studi longitudinali specifici sarebbero necessari per verificarla in modo diretto.
Questa lettura ha un corollario pratico, sviluppato altrove nel volume: la reintroduzione di scaffold ritmici esterni dotati di salienza ecologica — esposizione alla luce naturale, ritmi stagionali, strutture temporali ancorate ad attività anziché a orari astratti — non costituisce un espediente compensatorio, ma la restituzione al sistema WILD del tipo di co-regolatore per cui è strutturato.
7. Posizionamento rispetto ai modelli dominanti dell’ADHD
L’ipotesi elaborata in questo capitolo si colloca in un campo già occupato da modelli teorici consolidati e non può ignorarli. La letteratura scientifica sull’ADHD ha prodotto, negli ultimi decenni, spiegazioni robuste delle difficoltà di autoregolazione temporale che qui vengono reinterpretate in chiave ecologica. Un confronto esplicito con quelle spiegazioni è necessario non per refutarle, ma per chiarire a quale livello interpretativo il presente modello si colloca e in che relazione si ponga con esse.
Russell Barkley (1997; 2012) ha elaborato il modello più influente: l’ADHD come disturbo dell’inibizione comportamentale che produce un deficit dell’autoregolazione e delle funzioni esecutive, inclusa la percezione del tempo. Per Barkley, ciò che manca è una funzione neurocognitiva interna. Edmund Sonuga-Barke (2002; 2010) propone invece la teoria della delay aversion: l’ADHD come alterazione motivazionale che induce avversione per il ritardo della gratificazione, spiegando la time blindness senza ricorrere a deficit esecutivi primari. Thomas Brown (2005) descrive le difficoltà ADHD come disfunzione di reti esecutive cerebrali deputate alla gestione dell’attenzione, della memoria di lavoro e della regolazione dell’arousal. I modelli neuroscientifici più recenti (Castellanos & Proal, 2012; Yeo et al., 2015) interpretano l’ADHD come alterazione di reti funzionali cerebrali — in particolare la rete del default mode, la rete esecutiva e la rete della salienza — e delle loro dinamiche di interazione.
Il presente modello non nega nessuna di queste osservazioni. Ciò che propone è un livello interpretativo diverso e complementare. Barkley descrive il cosa manca nel profilo ADHD rispetto a uno standard; il presente modello chiede invece perché quello standard — la capacità di autoregolazione temporale su un riferimento astratto e arbitrario — sia diventato il riferimento normativo, e in quale contesto ecologico i meccanismi neurocognitivi osservati potrebbero invece risultare adattativi. Sonuga-Barke mostra che la motivazione è implicata nella time blindness; il presente modello aggiunge che la natura degli scaffold disponibili nell’ambiente può modificare sostanzialmente l’esperienza del ritardo. I modelli a reti neurali descrivono il substrato biologico delle difficoltà; il presente modello si chiede in quale nichia ecologica quel substrato potrebbe funzionare diversamente.
Resta aperta una difficoltà empirica che non può essere elusa: studi sulla percezione del tempo in laboratorio mostrano che le alterazioni temporali del profilo ADHD emergono anche in assenza di qualsiasi scaffold ecologico, in contesti artificiali e privi di stimoli naturali. Se il deficit compare davanti a uno schermo di computer, la spiegazione non può limitarsi alla rimozione del co-regolatore ecologico. Il presente modello non pretende di spiegare la totalità del fenomeno ADHD, né di sostituire le spiegazioni neurobiologiche esistenti: propone un livello di analisi ulteriore, di ordine ecologico-storico, che riguarda le condizioni in cui quelle caratteristiche neurocognitive producono difficoltà clinicamente rilevanti. È a questo livello — e non a quello della neurobiologia molecolare — che l’argomento antropologico ha pertinenza.
Una convergenza teorica significativa si trova infine nella teoria delle affordance di James J. Gibson (1979). Gibson ha mostrato che la percezione non è un processo puramente interno: l’ambiente offre affordance — possibilità di azione percettivamente disponibili — che orientano il comportamento senza che l’organismo debba generarle autonomamente. Estendere questa nozione alla regolazione temporale significa chiedersi quali affordance temporali offra l’ambiente naturale — cicli prevedibili, ritmi sensorialmente ricchi, sequenze ecologiche leggibili — e quali ne offra invece l’ambiente moderno. Il concetto di affordance fornisce così un ancoraggio ecologico-percettivo alla nozione di co-regolazione ritmica, integrandosi con il taskscape di Ingold e rafforzando la coerenza interna del modello proposto.
Bibliografia ragionata
Il caso paradigmatico e la sua cornice teorica
Evans-Pritchard, E. E. (1940). The Nuer; (1939). Nuer time-reckoning. — Fonte primaria del «tempo ecologico» e del cattle clock. Dimostra etnograficamente che una società può scandire il tempo attraverso i cicli ambientali e i compiti, senza cronologia astratta. Pilastro dell'intero capitolo.
Durkheim, É. (1912). Le forme elementari della vita religiosa. — Fornisce la cornice secondo cui le categorie temporali sono rappresentazioni collettive. Il capitolo la integra mostrando un livello ecologico ancora più basilare di quello sociale.
La convergenza transculturale
Hallowell, A. I. (1937). Temporal orientation in Western civilization and in a pre-literate society. — Documenta presso gli Ojibwa un orientamento temporale ecologico analogo a quello Nuer, in un contesto subartico. Prova che il fenomeno non è locale.
Ohnuki-Tierney, E. (1973). Sakhalin Ainu time reckoning. — Estende la convergenza al Giappone settentrionale, rafforzando l'ipotesi che la regolazione temporale ecologica sia la modalità di default in condizioni di dipendenza ambientale.
La teoria: taskscape e temporalità
Ingold, T. (1993). The temporality of the landscape; (2000). The Perception of the Environment. — Fonte teorica centrale: il taskscape come pattern ritmico di compiti che risuona con i cicli ambientali e lega natura e gruppo. Fornisce il concetto con cui il capitolo unifica i due poli co-regolatori.
Gell, A. (1992). The Anthropology of Time. — Sostiene la nozione ingoldiana di temporalità immanente; chiarisce la distinzione tra tempo processuale e tempo cronologico su cui poggia l'argomento.
La rimozione storica e il correlato biologico
Thompson, E. P. (1967). Time, work-discipline, and industrial capitalism. — Data il passaggio dal tempo-compito al tempo-orologio. Permette di leggere l'industrializzazione come rimozione storica del co-regolatore ecologico.
Roenneberg, T., & Merrow, M. (2016). The circadian clock and human health. — Correlato cronobiologico contemporaneo: la desincronizzazione tra ritmi endogeni e orari sociali ha costi misurabili. Collega l'argomento antropologico alla biologia attuale.
L’ancoraggio percettivo: Gibson e le affordance
Gibson, J. J. (1979). The Ecological Approach to Visual Perception. Boston: Houghton Mifflin. — La teoria delle affordance fornisce l’ancoraggio percettivo al modello: l’ambiente offre possibilità di azione (e di regolazione) sensorialmente disponibili, senza che l’organismo debba generarle autonomamente. Si integra con il taskscape di Ingold e rafforza la base ecologica del concetto di co-regolazione.
Modelli di riferimento sull’ADHD (per il confronto al §7)
Barkley, R. A. (1997). ADHD and the Nature of Self-Control. New York: Guilford; (2012). Executive Functions. New York: Guilford. — Il modello più influente: ADHD come deficit dell’inibizione comportamentale e dell’autoregolazione. Citato come punto di confronto necessario; il presente modello si pone a un livello interpretativo diverso, non alternativo.
Sonuga-Barke, E. J. S. (2002). Psychological heterogeneity in AD/HD. Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 26(6), 623–637; (2010). Dual pathway model of ADHD. — La teoria della delay aversion spiega la time blindness in termini motivazionali. Discussa al §7 come modello con cui il presente lavoro dialoga, senza confutarlo.
Brown, T. E. (2005). Attention Deficit Disorder: The Unfocused Mind in Children and Adults. New Haven: Yale University Press. — Modello a reti esecutive: ADHD come disfunzione del sistema di gestione cognitiva. Complementare al presente approccio ecologico, non contraddittorio.
Nota metodologica. La rilettura dei sistemi di tempo ecologico come forme di co-regolazione ritmica ambientale, l’estensione del concetto di co-regolazione al rapporto organismo-ambiente, e l’applicazione di questo quadro al profilo WILD/ADHD (in particolare la lettura della time blindness come possibile esito del mismatch tra caratteristiche neurocognitive e ambiente a bassa salienza ecologica) costituiscono l’elaborazione teorica originale del capitolo. Le fonti antropologiche, storiche e cronobiologiche ne forniscono le basi empiriche, ma non formulano questa sintesi. Tali inferenze hanno lo statuto di ipotesi interpretative plausibili e coerenti con la letteratura citata, non di conclusioni empiricamente verificate: previsioni falsificabili includono, ad esempio, che individui con profilo ADHD mostrino una riduzione statisticamente significativa delle difficoltà di regolazione temporale in ambienti con elevata salienza ecologica rispetto ad ambienti privi di marcatori naturali, a parità di altre condizioni.
