Versione WILD
Il testo trasformato attraverso Cogito, articolato in cicli di lettura e domande.
Versione Origine
beWild — Un altro mondo da abitare · Sezione: Indicazioni per vivere
VERSIONE ORIGINE — Capitolo 8
L'altro che diventa parte di sé: interiorizzazione del polo co-regolatorio nella tradizione psicoanalitica
Abstract
Il presente capitolo affronta il problema dell'interiorizzazione del polo co-regolatorio: come un Altro regolatorio esterno possa, a determinate condizioni, divenire struttura psichica interna stabile, capace di esercitare la funzione regolatoria anche in sua assenza. Attraverso una ricostruzione della tradizione psicoanalitica — dall'oggetto perduto in Freud (1917) e dagli oggetti interni in Klein (1946), alla funzione di contenimento in Bion (1962) e allo spazio transizionale in Winnicott (1953) — si argomenta che ciò che si interiorizza non è un oggetto né un contenuto, ma una funzione: la capacità stessa di regolare. La tesi trova conferma empirica nella teoria dell'attaccamento (Bowlby, Ainsworth) e nella mentalizzazione (Fonagy, 2002), e viene estesa alla diade terapeutica (Strachey, 1934; Loewald, 1960) come seconda occasione di interiorizzazione riparativa. Collocato nella sezione «Indicazioni per vivere», il capitolo ne deriva un'indicazione pratica per i sistemi nervosi WILD/ADHD: poiché l'autoregolazione è sempre co-regolazione interiorizzata, la cura di sé non consiste nell'eliminare la dipendenza dal polo esterno ma nello scegliere e abitare presenze affidabili abbastanza a lungo da renderle struttura interna.
1. Il problema: come un polo esterno diventa struttura interna
Nel capitolo precedente la co-regolazione diadica è stata descritta come funzione relazionale attuale: un Altro presente che, qui e ora, stabilizza gli stati interni del soggetto. Resta però aperta una domanda decisiva, soprattutto in prospettiva di vita: il polo regolatorio deve restare per sempre esterno e presente, o può, a certe condizioni, diventare struttura interna durevole? Può l'Altro che regola trasformarsi in una parte di sé che continua a regolare anche in sua assenza?
La tradizione psicoanalitica ha posto questa domanda per più di un secolo, sotto il nome di interiorizzazione (o internalizzazione). La tesi convergente di autori molto diversi è che l'esperienza ripetuta di essere regolati da un Altro affidabile lascia un'impronta strutturale: non si interiorizza un consiglio o un'informazione, ma una funzione — la capacità stessa di regolare. Questo capitolo ricostruisce quella tradizione e ne ricava un'indicazione per il vivere, particolarmente rilevante per i sistemi nervosi ADHD.
| INTERIORIZZAZIONE | Processo attraverso cui un'esperienza relazionale ripetuta con un Altro regolatorio si sedimenta in una struttura psichica interna stabile, capace di esercitare la funzione regolatoria anche in assenza dell'Altro. Non è memorizzazione di contenuti ma acquisizione di una funzione. |
2. La prima impronta: la funzione materna come matrice della regolazione
2.1 Freud e Klein: dall'oggetto perduto all'oggetto interno
Freud (1917), in Lutto e melanconia, formula il primo modello dell'interiorizzazione: di fronte alla perdita dell'oggetto amato, l'Io lo conserva erigendolo dentro di sé1. L'altro perduto non scompare: diventa una parte della struttura interna. È l'intuizione germinale di tutta la tradizione successiva — la relazione esterna può convertirsi in istanza interna.
Melanie Klein (1946) sviluppa questa intuizione nella teoria degli oggetti interni2. Per Klein il mondo interno del bambino è popolato fin dall'inizio di oggetti introiettati — anzitutto il seno «buono» e il seno «cattivo» — che regolano l'angoscia. L'introiezione dell'oggetto buono, sufficientemente stabile, costituisce il nucleo attorno a cui si organizza la sicurezza interna. Qui ciò che si interiorizza è ancora un oggetto: una rappresentazione carica affettivamente, più che una funzione.
2.2 Bion: il contenimento come funzione che si trasmette
È con Wilfred Bion (1962) che il modello compie il salto decisivo per il nostro discorso3. Bion descrive la relazione madre-bambino come un sistema contenitore/contenuto: il bambino proietta nella madre stati emotivi grezzi, non pensabili, intollerabili (ciò che Bion chiama elementi beta). La madre, attraverso quella che chiama funzione alfa, li accoglie, li metabolizza, li trasforma in qualcosa di pensabile e tollerabile, e li restituisce al bambino in forma digeribile.
Il punto cruciale è ciò che il bambino interiorizza. Non interiorizza la madre come oggetto, né i contenuti specifici: interiorizza la funzione di contenimento stessa. Attraverso migliaia di cicli di proiezione-metabolizzazione-restituzione, il bambino acquisisce progressivamente la capacità di fare per sé ciò che la madre faceva per lui: trasformare gli stati grezzi in stati pensabili. Il polo co-regolatorio esterno diventa una funzione regolatoria interna.
Questo è il modello psicoanalitico più vicino al framework della co-regolazione diadica: la madre non è un oggetto che il bambino conserva, ma un polo funzionale la cui funzione viene gradualmente trasferita all'interno. L'Altro regolatorio diventa, letteralmente, una capacità di sé.
2.3 Winnicott: lo spazio transizionale e la capacità di essere soli
Donald Winnicott (1953) aggiunge il ponte mancante tra dentro e fuori con il concetto di oggetto transizionale4 — la copertina, l'orsacchiotto: né del tutto interno né del tutto esterno, è il primo «non-io» che il bambino usa per auto-consolarsi in assenza della madre. L'oggetto transizionale è la prima protesi della regolazione: un dispositivo intermedio che traghetta il bambino dalla co-regolazione materna piena verso una regolazione progressivamente più autonoma.
Ancora più rilevante è il paradosso che Winnicott (1958) formula come capacità di essere solo5: questa capacità, scrive, si sviluppa in presenza della madre. Il bambino impara a stare solo solo dopo aver fatto ripetutamente l'esperienza di stare solo mentre l'altro era presente e non intrusivo. La solitudine matura non è assenza di relazione: è la presenza interiorizzata dell'altro che permette di tollerare la sua assenza esterna. L'autoregolazione, in questo senso, non è il contrario della co-regolazione: ne è il prodotto interiorizzato.
3. La conferma empirica: attaccamento, modelli interni, mentalizzazione
La tradizione clinica psicoanalitica ha trovato nel Novecento una sponda empirica nella teoria dell'attaccamento, che ha tradotto molte di queste intuizioni in costrutti misurabili — costruendo così il ponte con la neurobiologia della co-regolazione (Porges, Feldman) discussa nel capitolo precedente.
John Bowlby (1969–1980) introduce i modelli operativi interni (internal working models)6: l'esperienza relazionale ripetuta con la figura di attaccamento si sedimenta in modelli mentali che regolano aspettative, emozioni e comportamenti nelle relazioni future. È la versione cognitivo-evolutiva dell'oggetto interno: l'altro regolatorio diventa un modello interno che continua a operare. Mary Ainsworth (1978), con la Strange Situation, rende osservabile e classificabile la qualità di questa interiorizzazione7.
Peter Fonagy (2002) porta il modello al suo compimento contemporaneo con la teoria della mentalizzazione8. Attraverso il rispecchiamento marcato — la madre riflette lo stato emotivo del bambino in forma riconoscibile ma «segnata» come non propria — il bambino impara a riconoscere, nominare e regolare i propri stati interni. La capacità di mentalizzare, cioè di leggere gli stati mentali propri e altrui, è essa stessa una funzione co-regolatoria interiorizzata. Allan Schore (2003) ne fornisce il correlato neurobiologico: la regolazione affettiva matura attraverso la relazione precoce in modo esperienza-dipendente, plasmando le strutture dell'emisfero destro deputate alla regolazione9.
Daniel Stern (1985) offre infine il concetto forse più elegante: i modelli di essere-con (representations of interactions that have been generalized)10. Non si interiorizza l'altro, né il sé, ma il pattern dell'essere-con-l'altro: la melodia regolatoria della relazione, che resta come traccia procedurale attivabile. Questo coincide quasi perfettamente con la tesi della diade come funzione: ciò che resta non è una persona, ma una struttura relazionale interiorizzata.
4. La seconda occasione: la diade terapeutica come reinteriorizzazione
Se la prima impronta regolatoria si forma nella diade madre-bambino, la psicoterapia rappresenta — secondo una linea che attraversa tutta la psicoanalisi — l'occasione di ricostruire o riparare quella struttura interiorizzata quando è stata carente, instabile o traumatica. Il meccanismo è lo stesso: un Altro regolatorio la cui funzione viene, nel tempo, interiorizzata.
James Strachey (1934), in un saggio classico, descrive l'interpretazione mutativa: il paziente interiorizza l'analista come un super-io meno severo di quello originario, e questa interiorizzazione modifica strutturalmente la sua economia interna11. Non sono i contenuti delle interpretazioni a curare, ma l'interiorizzazione di una nuova funzione regolatoria.
Hans Loewald (1960) radicalizza: l'azione terapeutica è una nuova relazione oggettuale che riattiva e riorganizza lo sviluppo interrotto12. Il terapeuta funziona come l'Altro evolutivo che non c'è stato a sufficienza, e la relazione terapeutica diventa la matrice di una nuova interiorizzazione. In termini bioniani: il terapeuta presta la propria funzione alfa finché il paziente non la fa propria.
La continuità è esatta: madre e terapeuta sono due istanze dello stesso processo. Entrambi sono poli co-regolatori esterni la cui funzione, attraverso ripetizione affidabile, diventa struttura interna. Ciò che cura non è la dipendenza, ma l'interiorizzazione che la dipendenza rende possibile.
5. Indicazioni per vivere: costruire poli che restano
Da questa tradizione discende un'indicazione concreta, particolarmente preziosa per chi ha un sistema nervoso WILD/ADHD strutturato per la co-regolazione esterna. La difficoltà di autoregolazione non si risolve esigendo da sé un'autonomia che il sistema non possiede per costituzione. Si affronta riconoscendo che l'autoregolazione, anche in chi è neurotipico, è sempre co-regolazione interiorizzata — e che quindi la strada non è eliminare i poli regolatori, ma scegliere e abitare quelli giusti abbastanza a lungo perché lascino un'impronta.
Le condizioni che, secondo questa letteratura, rendono un polo capace di interiorizzarsi sono ricorrenti e identificabili:
Affidabilità e ripetizione: l'interiorizzazione non avviene per intensità ma per ripetizione affidabile nel tempo. È il ritorno costante, non l'episodio straordinario, a lasciare struttura.
Metabolizzazione, non sostituzione: il polo che regola in modo duraturo è quello che restituisce gli stati in forma pensabile (Bion), non quello che li toglie o li risolve al posto nostro.
Presenza non intrusiva: si interiorizza un altro che è presente senza invadere — la condizione winnicottiana per cui si impara a stare soli stando soli accanto a qualcuno.
Rispecchiamento riconoscibile: il polo che struttura è quello che ci rimanda a noi stessi in forma leggibile (Fonagy), permettendoci di imparare a nominare ciò che sentiamo.
Indicazione per vivere Per un sistema nervoso che si regola sull'esterno, la domanda di vita non è «come faccio a bastare a me stesso?» ma «di quali presenze affidabili mi circondo abbastanza a lungo da farle diventare parte di me?». Ogni relazione regolatoria stabile — un legame, un terapeuta, un maestro, persino una pratica ricorrente — non è una stampella da abbandonare appena possibile: è materiale da cui costruire la propria struttura interna. Scegliere bene i propri poli, e restarci dentro con continuità, è una forma di cura di sé, non di dipendenza. |
In questa luce, la dipendenza co-regolatoria del sistema WILD cessa di essere una debolezza da correggere e si rivela una via di costruzione del sé: forse più lenta, più relazionale, più dipendente dalla qualità degli altri che si incontrano — ma capace, esattamente come quella di chiunque altro, di generare una struttura interna che regge. L'altro, scelto bene e abitato a lungo, diventa parte di sé. E quella parte resta.
Bibliografia ragionata
Le opere sono organizzate secondo i tre momenti del capitolo — la prima impronta materna, la conferma empirica, la diade terapeutica — con una nota sul contributo specifico di ciascuna al filo dell'interiorizzazione.
La prima impronta: dall'oggetto interno alla funzione contenitiva
Freud, S. (1917). Lutto e melanconia. — Il modello germinale: l'oggetto perduto viene conservato erigendolo dentro l'Io. Prima formulazione del meccanismo per cui una relazione esterna diventa istanza interna.
Klein, M. (1946). Note su alcuni meccanismi schizoidi. — Teoria degli oggetti interni: il mondo interno è popolato di oggetti introiettati che regolano l'angoscia. Qui si interiorizza ancora un oggetto, non una funzione.
Bion, W. R. (1962). Apprendere dall'esperienza. — Il passaggio decisivo per questo capitolo: il bambino interiorizza la funzione di contenimento (container/contained, funzione alfa), non l'oggetto. È il modello psicoanalitico più vicino alla co-regolazione come funzione trasferibile.
Winnicott, D. W. (1953; 1958). Oggetti transizionali / La capacità di essere solo. — L'oggetto transizionale come ponte tra co-regolazione e autoregolazione; il paradosso per cui si impara a stare soli in presenza dell'altro. Fonda l'idea che l'autoregolazione sia co-regolazione interiorizzata.
La conferma empirica: attaccamento e mentalizzazione
Bowlby, J. (1969–1980). Attaccamento e perdita. — I modelli operativi interni: l'esperienza relazionale ripetuta si sedimenta in modelli che regolano le relazioni future. La versione empirico-evolutiva dell'oggetto interno e cerniera con Porges e Feldman.
Ainsworth, M. (1978). Patterns of Attachment. — La Strange Situation rende osservabile e classificabile la qualità dell'interiorizzazione regolatoria. Base empirica della tradizione.
Fonagy, P., et al. (2002). Regolazione affettiva, mentalizzazione e sviluppo del Sé. — La mentalizzazione come funzione co-regolatoria interiorizzata attraverso il rispecchiamento marcato. Il compimento contemporaneo del modello, sul confine tra psicoanalisi e neuroscienza.
Schore, A. N. (2003). Affect Regulation and the Repair of the Self. — Correlato neurobiologico: la regolazione affettiva matura in modo esperienza-dipendente plasmando l'emisfero destro. Salda la tradizione psicoanalitica alla neurobiologia dello sviluppo.
Stern, D. N. (1985). Il mondo interpersonale del bambino. — I modelli di essere-con: si interiorizza il pattern della relazione, non l'oggetto né il sé. La formulazione più vicina alla tesi della diade come funzione relazionale.
La seconda occasione: l'interiorizzazione terapeutica
Strachey, J. (1934). The nature of the therapeutic action of psycho-analysis. — L'interpretazione mutativa: il paziente interiorizza l'analista come istanza regolatoria meno severa. Mostra che in terapia cura l'interiorizzazione della funzione, non il contenuto.
Loewald, H. W. (1960). On the therapeutic action of psycho-analysis. — La relazione terapeutica come nuova matrice di interiorizzazione che riattiva lo sviluppo interrotto. Stabilisce la continuità esatta tra funzione materna e funzione terapeutica.
Nota metodologica. La lettura della funzione materna e della funzione terapeutica come due istanze di un unico processo di interiorizzazione del polo co-regolatorio, e il raccordo di questa tradizione con il framework WILD/ADHD della sezione 5, costituiscono l'elaborazione originale del capitolo. Le fonti citate ne forniscono i materiali concettuali ma non questa sintesi.
